A pochi giorni dal voto, la premier danese Mette Frederiksen appare avviata verso un terzo mandato consecutivo. Un risultato che fino a pochi mesi fa sembrava improbabile, dopo il crollo alle elezioni locali e sondaggi ai minimi storici per i Socialdemocratici. A cambiare il quadro è stata soprattutto la crisi geopolitica innescata dalle nuove minacce del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia, che ha riportato al centro la leadership della premier.
Frederiksen ha risposto con fermezza alle pressioni americane, ribadendo che la Groenlandia “non è in vendita” e rafforzando il posizionamento internazionale della Danimarca. Una linea che, secondo osservatori e avversari politici, le ha garantito una visibilità e una credibilità difficili da ottenere sul piano interno, trasformando un momento di debolezza in un’opportunità elettorale.
La geopolitica cambia la campagna
La questione Groenlandia ha avuto un effetto diretto sui sondaggi. Dopo essere scesi fino al 16%, i Socialdemocratici sono tornati intorno al 21-22%, quasi il doppio del secondo partito in un sistema altamente frammentato. In una campagna elettorale priva di un tema dominante, la politica estera è diventata improvvisamente concreta: il rischio di tensioni con gli Stati Uniti, tradizionale alleato, ha spostato l’attenzione degli elettori sulla stabilità e sulla leadership.
Frederiksen ha così consolidato la propria immagine di figura forte sulla scena europea, già costruita negli ultimi anni su dossier come immigrazione, difesa e sostegno all’Ucraina. Ma questa proiezione internazionale convive con un consenso interno più fragile, segnato da anni di governo centralizzato e da scelte controverse.
La Groenlandia non era un bluff, secondo l’emittente danese DR
Una vittoria possibile, ma senza trionfo
Nonostante il vantaggio nei sondaggi, i Socialdemocratici si avviano verso uno dei risultati peggiori della loro storia, ben lontani dalle percentuali tra il 30% e il 40% del passato. La formazione di un governo resterà complessa in un Parlamento composto da una dozzina di partiti, dove nessun blocco appare in grado di ottenere una maggioranza chiara.
Negli ultimi tre anni Frederiksen ha guidato una coalizione centrista con liberali e moderati, scelta che ha alienato parte dell’elettorato di sinistra. Dopo il voto, non è escluso un ritorno a un’alleanza più orientata a sinistra, anche alla luce della crescita dei partiti socialisti e verdi.
Tra leadership forte e critiche interne
Il profilo della premier resta divisivo. Da un lato, viene percepita come una leader capace di reagire rapidamente alle crisi; dall’altro, le viene rimproverato uno stile decisionista e poco incline al compromesso. Critiche che si sono intensificate dopo alcune scelte controverse, come l’abbattimento di milioni di visoni durante la pandemia senza adeguata base legale.
Sul piano politico, il racconto secondo cui Frederiksen avrebbe neutralizzato l’estrema destra appare meno solido: i partiti anti-immigrazione restano complessivamente intorno al 18% nei sondaggi. Allo stesso tempo, il centrodestra fatica a presentarsi come alternativa credibile, indebolito da divisioni interne e da una leadership poco incisiva.
Resta quindi un dato chiaro: più che un’elezione su programmi e politiche, il voto danese si sta trasformando in un test sulla leadership in tempi di crisi. E su questo terreno Frederiksen parte in vantaggio. La vera incognita, una volta chiuse le urne, non è tanto chi guiderà il Paese, ma con quale maggioranza.

